La fornace Venini a Murano, dove il vetro diventa arte
Nell’immaginario della mitologia greca Prometeo, titano ribelle, ebbe l’audacia di sottrarre il fuoco agli dèi per donarlo agli uomini. Un gesto disobbediente, pagato con una condanna eterna. Eppure, da quel fuoco rubato nacque la civiltà. Nacque la possibilità di trasformare la materia, di piegarla alla volontà umana, di creare. E forse è proprio in quel gesto primordiale che affonda le radici la magìa del vetro: una sostanza che nessuno ha davvero inventa- to, ma che l’umanità ha scoperto per caso, quando i mercanti fenici, intorno al 1500 a.C., videro sabbia e soda fondersi in una trasparenza inattesa. A Murano, quest’arte ha trovato la sua patria. Dall’XI secolo, quando Venezia divenne il cuore pulsante della lavorazione del vetro nel mondo occidentale, qui si sono raggiunti livelli di maestria che sfio- rano il sacro. E in Fondamenta Vetrai, dal 1921, vive una delle fornaci più prestigiose: Venini, luogo dove il fuoco non brucia, ma illumina.

Entrare nella fornace Venini è come varcare la soglia di un tempio. Dodici forni accesi senza sosta, giorno e notte, custodiscono una miscela incandescente di sabbia, carbonato di sodio e calcare. Da quella massa viscosa nasce tutto: forme, colori, trasparenze. Nascono vasi, ogget- ti d’arredo, lampadari. Gli artigiani – in maggioranza veneziani o dei dintorni - si muovono con una naturalezza che somiglia a una danza rituale accompagnata da echi dialettali locali utilizzati per gli strumenti e le tecniche di lavoro. È un sapere che passa di padre in figlio, un lavoro che può iniziare anche in giovane età e durare una vita, che non si impara sui libri.
La fornace è divisa in piazze, ognuna guidata da un maestro vetraio e dal suo team. C’è l’ “omo dee partie” (l’uomo delle partite di vetro), che miscela le sabbie come un alchimista per generare i colori; i maestri nell’area della lavorazione a caldo (che estraggono dai crogiuoli una pasta incandescente e soffiando la trasformano in arte); ci sono i maestri molatori che, a freddo, rifiniscono ogni dettaglio; c’è chi controlla, chi imballa, chi firma il prodot- to finito. Tutto è umano, irripetibile, mai seriale. La scena è ipnotica: la luce dei forni che ta- glia l’aria, le canne che ruotano, il vetro che sfrigola nell’acqua, il fumo che sale come un sospiro, le cesellature che definiscono l’ultimo millimetro. Una liturgia che si ripete uguale e diversa da secoli che porta alla creazione di oggetti unici.

Venini custodisce 125 colori, una tavolozza che nessun’altra fornace dell’isola può vantare. Le sabbie arrivano da Fontai- nebleau o dall’Egitto, le migliori. Le ricette, un tempo segretissime, oggi convivono con la modernità, ma restano protette da una storia che supera il secolo. Il colore del ve- tro è ricerca continua, le tecniche millena- rie: sta ai designer - che qui dialogano con maestri e tecnici - trovare nuove strade, nuove forme, nuove possibilità. Tra le creazioni più iconiche, il “Fazzolet- to”, oggetto ammirato e imitato, frutto di una tecnica segreta che sembra sfidare la gravità. E, per ciò che riguarda la gamma cromatica, il rosso Venini con il suo ven- taglio di sfumature che conferisce identità alle creazioni vetraie. Visitare la fornace significa assistere alla trasformazione del fuoco in bellezza. Significa vedere Prometeo sorridere, final- mente libero, mentre il vetro prende forma tra mani che non modellano solo materia, ma tempo, storia, luce.